Ripensare il turismo
(soprattutto per le aree interne)
Negli ultimi 20 anni si è parlato, e si parla, di turismo esperienziale, trasformativo, sostenibile, rigenerativo.
Si sono costruiti modelli, definizioni, narrazioni (termine sul quale ci sarebbe tanto da riflettere).
Ma se si analizzano bene, tutte queste definizioni hanno messo ai margini qualcuno…
Che fine ha fatto chi vive i territori?
Nei grandi centri turistici, ormai, gli abitanti sono quasi “ospiti” a casa loro.
Nelle principali destinazioni, infatti, diventano sempre più spesso vittime dell’overtourism.
Nei centri più piccoli, invece, chi vive il territorio è considerato, al massimo, un beneficiario indiretto dello sviluppo turistico. Quando va bene, una comparsa.
Intanto: le scuole chiudono, i servizi arretrano, i giovani partono.
Infatti, salvo rare e virtuose eccezioni, anche quando il turismo cresce, le aree interne continuano a perdere abitanti.
I paesi non si stanno svuotando per mancanza di visitatori.
Si stanno svuotando per mancanza di prospettive e di coinvolgimento.
Perché nei modelli turistici dominanti, a partire dalle definizioni stesse, chi vive i territori resta sullo sfondo di scelte e strategie.
E, allora, la domanda da porsi è:
nelle strategie turistiche che ruolo hanno le comunità, al di là dei buoni propositi e dei discorsi?
Proprio oggi, mentre l’autenticità, finalmente, viene riconosciuta come valore premiante, il protagonismo delle comunità diventa ancora più decisivo.
Perché senza il coinvolgimento attivo di chi vive il territorio non c’è turismo che tenga.
Non c’è sviluppo diffuso e condiviso.
Non c’è futuro.
Le comunità, invece, sono risorse, oltre che umane, culturali e sociali, anche turistiche, purché si abbia una visione che parta dal ribaltamento dei punti di partenza delle attuali strategie dominanti.
Il turismo esperienziale e quello trasformativo mettono al centro il viaggiatore:
la sua crescita personale, la sua emozione. In termini promozionali, riferirsi al turista è esatto.
Il turismo sostenibile e quello rigenerativo pongono l’attenzione sui luoghi:
l’impatto sull’ambiente, la qualità del paesaggio, la tutela degli ecosistemi. E così, pensare al contesto, inteso in senso ampio, è certamente corretto e lungimirante.
Ma perché, ancora oggi, non si pongono al centro delle strategie, dei dibattiti, delle esternazioni, quelli che dovrebbero essere i protagonisti principali di quei processi economici e sociali?
Perchè di abitanti si parla solo quali vittime dei fenomeni distorsivi dell’overtourism?
Le comunità devono passare da beneficiarie, comparse o, al massimo, attrici secondarie, a protagoniste principali delle scelte strategiche e della promozione territoriale, in particolar modo nelle aree interne e nei piccoli borghi in cui c’è un nemico, ormai rumoroso, che è lo spopolamento.

Pensare di lottare contro lo spopolamento reiterando scelte strategiche tradizionali, convinti che anche (o solo…) l’aumentare di arrivi e presenze possa favorire, in automatico, la residenzialità, è una palese illusione se si tiene conto di due fattori fondamentali.
Il primo è quello statistico, quindi indiscutibile: anche dove i flussi turistici aumentano, il saldo demografico complessivo è sempre negativo, salvo eccezioni più uniche che rare.
E basterebbe questo per una netta inversione di tendenza nelle scelte.
Il secondo fattore riguarda un’abitudine abbastanza diffusa: anche quando si parla di turismo nei piccoli centri, si pensa soltanto agli operatori turistici in senso stretto, spesso senza considerare che quello turistico è l’unico settore che può far crescere tutti gli altri.
Da qui l’importanza per i piccoli centri.
Basti pensare alla potenziale rivalutazione del patrimonio immobiliare.
Poi, tornando al protagonismo delle comunità, va considerato che l’atmosfera più o meno accogliente che un turista respira, non è il risultato esclusivo del grado di professionalità della struttura ricettiva e della ristorazione, ma un insieme di sensazioni “a pelle” che sono la sintesi di quanto il viaggiatore percepisce durante il soggiorno, rapporti umani in primis.
E quella sensazione determinerà se vorrà tornarci, se vorrà parlarne bene agli amici o se ci metterà una croce sopra.
Quindi, chi vive il territorio, volontariamente o involontariamente, è comunque parte di una percezione che determina il successo o l’insuccesso della destinazione.
Ecco un altro importante motivo per cui coinvolgerlo più a fondo e in maniera strutturata.
Se si parla di comunità, allora la prima esigenza è che non scompaiano.
La vera sfida per i piccoli centri, oltre a far rimanere chi già ci abita, non è (solo) far aumentare arrivi e presenze, ma mettere in moto una strategia che favorisca la residenzialità anche di chi viene a conoscere il territorio come visitatore.
Insomma, nelle aree interne si deve mirare a trasformare i turisti in abitanti, quanto meno temporanei.
Non è certo una sfida semplice, ma è una strada percorribile e motivante.
E se non si hanno queste priorità?
Allora il declino demografico non avrà che come risultato la scomparsa graduale dei piccoli paesi.
Da una parte la certezza del declino.
Dall’altra una possibilità di rinascita.
Se, quindi, è auspicabile una visione che vada verso strategie turistiche che abbiano, nelle scelte e nelle azioni, un occhio di riguardo al tema dello spopolamento, le comunità andrebbero coinvolte in maniera decisiva con i seguenti obiettivi principali, proprio per mitigare la voglia o, peggio, la necessità di andare via:
1) rendere protagonisti i residenti, tutte le attività economiche (non solo strettamente turistiche) e le associazioni locali
2) coinvolgere e far emergere più energie e idee possibili, rafforzando la coesione sociale, generando fiducia nel domani e diffondendo positività che si regga su obiettivi concreti e realizzabili
3) rispondere alla ricerca di autenticità, sostenibilità e contatto diretto con le comunità locali, che sono i veri trend non solo del presente, ma anche del futuro, come emerge da diverse rilevazioni sulle motivazioni di viaggio, soprattutto dei più giovani.
Il coinvolgimento attivo delle comunità non è un’opzione etica.
È una scelta strategica, sociale e di mercato
Inoltre, si apre un’interessante prospettiva di lavoro intergenerazionale che, se al servizio di un’idea di sviluppo che guarda lontano, pone le basi per far aumentare il senso di appartenenza al territorio, sin dall’età scolare, e creare opportunità più diffuse.
Senso di appartenenza che, in ogni campo, cresce in maniera direttamente proporzionale al grado di coinvolgimento che ognuno sente sia a lui riservato.
Ci si sente più coinvolti quali attori che spettatori.
E quando entrano in gioco risorse pubbliche, il loro utilizzo intelligente può produrre sviluppo locale non solo negli esiti, ma già nel processo, attraverso l’attivazione di energie e risorse sul territorio.
Non un welfare assistenziale, ma politiche pubbliche orientate a generare valore sociale ed economico in loco, attivando una delle leve più efficaci per mitigare lo spopolamento: creare lavoro.
C’è, però, una convinzione molto complicata da scardinare, cioè quella di dover seguire strade già percorse e replicabili; sia perché i cambiamenti culturali sono più complessi e lenti, sia perché c’è una tendenza generalizzata alla conservazione dello status quo.
Non sempre, per ragioni anche comprensibili, si trova il coraggio necessario per cercare ricette non convenzionali. E così, spesso, si finisce per replicare scelte prese altrove e guidate da logiche standardizzate, con obiettivi parziali o diversi dalla ricerca di una crescita diffusa e collettiva.
Ecco, allora, strategie replicate; slogan similari, ingenti risorse impiegate in azioni non distintive e scontate, dai risultati molte volte effimeri.
Infatti, se almeno gran parte delle strategie di marketing territoriale e tutte le risorse pubbliche impiegate negli anni avessero prodotto risultati e ricchezza per le comunità, il problema dello spopolamento sarebbe meno evidente e diffuso, e molte aree interne registrerebbero flussi turistici più consistenti.
Nei piccoli paesi queste dinamiche sono ancor più importanti e decisive.
Un borgo può essere visitato.
Ma non per questo resta vivo.
Perché un piccolo centro, prima di essere una destinazione,
è una comunità che sta scomparendo, che sta resistendo ai cambiamenti dei tempi.
Se il turismo non rafforza chi abita,
se non crea opportunità per chi resta,
se non coinvolge le nuove generazioni,
se non crea valore dentro il tessuto sociale locale,
allora non fa tutto quello che potrebbe.
Ripensare il turismo nelle aree interne significa cambiare modo di pensare.
Significa immaginare e costruire il futuro, tutti insieme.
Non più solo territori che si adattano al mercato.
Non più abitanti/comparse dentro un film girato e recitato da altri.
Ma comunità protagoniste, strategie orientate alle persone.
Non più solo attenzione a “quanti arrivano”.
Ma a “quanti restano”.
Il vero indicatore di successo non sono le presenze.
Sono le permanenze, di chi resta e di chi decide di starci.
Mettere al centro la comunità significa rispettarla, riconoscerle il merito di saper resistere.
Perché un territorio non si salva con una campagna promozionale dai costi sproporzionati, né con milioni di visualizzazioni social per avere flussi massicci di visitatori “mordi e fuggi” (che in grandissima parte non lasciano nulla sul territorio) e che sempre più spesso stanno diventando portatori, non sempre sani, di fenomeni che allontanano il turismo vero e proprio, minando la reputazione delle destinazioni.
Un territorio inizia a costruire il suo futuro quando chi ci vive non è costretto ad andare via e quando qualcuno, arrivando, si trova così bene che sceglie di diventare parte di una comunità.
Il vero successo non è riempire una piazza per qualche giorno.
E’ tenere aperta una classe in più per una generazione.
È far sì che chi ci nasce possa restare.
Chi parte possa tornare.
Chi arriva possa scegliere di fermarsi.
Non conta tanto la quantità, ma la qualità dei legami che un territorio riesce a costruire.
Anche se è importantissimo riempirli,
il futuro delle aree interne non si scrive sui registri delle strutture ricettive.
Si scrive nei registri dell’anagrafe.