L’idea del Ponte alla Luna: un sogno lungo 300 metri
L’energia della comunità, Indiana Jones e l’idea del primo ponte tibetano a ridosso di un centro storico… a 20 metri da casa
C’era nell’aria un grande entusiasmo in quel settembre del 2008. Insieme al sindaco del tempo, ero di rientro a casa da Rimini, dove avevamo ritirato un premio nazionale quale migliore accoglienza in un borgo italiano, a seguito dell’organizzazione di un raduno nazionale di camper, alla presenza di diversi presidenti regionali e del Presidente italiano della Federcampeggio, per la prima volta in assoluto in Basilicata.
Un anno e mezzo dopo sarebbe arrivata anche la Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica per la manifestazione Fiera del Borgo Antico, appuntamento di promozione del territorio.
Il raduno, a cui presero parte circa 80 equipaggi provenienti da tutta Italia, fu organizzato con la Federazione regionale lucana, guidata da un presidente eccezionale, dalle doti organizzative e umane fuori dal comune. Le doti umane fanno sempre la differenza. Tra gli altri, alla premiazione di Rimini c’era il Presidente della Federazione Internazionale dei Campeggiatori e Camperisti.
Molto più di quel riconoscimento e delle importanti relazioni, furono i sacrifici nell’interesse collettivo fatti insieme agli operatori turistici locali, che accettarono anch’essi di prestare servizi a costi realmente irrisori (e non finirò mai di ringraziarli), che crearono i presupposti affinché tutte le energie, iniziando proprio dai pensieri, fossero rivolte a fare di più per dare un seguito a tutto quel lavoro.
E il caso volle che proprio in quei giorni, al rientro da Rimini, si palesò in tv Indiana Jones e il tempio maledetto , film visto diverse volte ma, quella volta, guardato con uno spirito diverso. La scena del ponte tibetano, carica di adrenalina e suspense, la traslai mentalmente dietro casa e mi fece sorgere subito una domanda: esiste un ponte tibetano a ridosso di un centro storico? Perché venne in mente questa domanda e quale fu il meccanismo mentale adoperato possono essere chiari qui. Probabilmente, mi posi la giusta domanda.
La visione del primo ponte tibetano a ridosso di un centro storico
Tornando alla massima di Erasmo da Rotterdam, tralasciando la follia, che può essere declinata e interpretata in tanti modi, certamente serve una visione di quello che potrebbe essere. Tutto nasce da un’idea. E più le idee guardano lontano, più incidono sulla realtà.
La convinzione sin da subito fu quella che, oltre a rappresentare un’attrazione adrenalinica (e su questo non potevano esserci dubbi), la differenza sostanziale con strutture già esistenti sarebbe stato il suo posizionamento, grazie al quale il visitatore avrebbe avuto la possibilità di ammirare la parte più antica e caratteristica del centro storico, scorcio che da camminatore appassionato avevo avuto occasione di ammirare tante volte. Ma da un ponte tibetano, sospesi nel vuoto, il carico di adrenalina avrebbe reso la vista ancor più emozionante, per una sensazione indelebile.
L’essere umano non elabora ciò che ha visto ma la sensazione che ha vissuto di fronte a ciò che ha visto
Infine, ulteriore considerazione, attrazioni similari (ma lontane dai centri storici) o comunque adrenaliniche e panoramiche, in quegli anni, erano solo dalle alpi in su. In Italia era da poco stato inaugurato un ponte tibetano sospeso un un torrente, ma lontano dall’abitato, incastonato tra le gole, costituito da vari tratti non lineari e per lo piú accostati alle rocce e con molte funi intermedie. Insomma, tutt’altra cosa di un ponte tibetano a campata unica, che collegasse due montagne a ridosso di un centro storico suggestivo, ancorato solo in due punti.
E cosí che non era “la follia” a considerarlo, ma la conoscenza, lo studio e il ragionamento in ottica di sviluppo territoriale. Indiana Jones ha fatto il resto… perché anche un pizzico di casualità, in questo caso legata alla passione per i film d’avventura, ci ha messo lo zampino.
Un ponte tibetano tanto lungo a ridosso di un centro storico: un’idea irrealizzabile per qualcuno, per altri inutile spreco di risorse perchè non avrebbe suscitato interesse… ma poi quando ha avuto un successo inimmaginabile (per chi non aveva avuto l’idea), allora é cambiato tutto.
Conviene sempre pensare in grande Pensando in piccolo si hanno sempre e solo risultati minimi
Un risultato collettivo e l’anima del luogo
Lanciata l’idea, il grosso è stato un lavoro di squadra dove meriti decisivi li hanno avuti coloro che, con convinzione e risolutezza, sono stati capaci di compiere tutti i complessi passi per realizzare l’opera. Per un’analisi complessiva non bisogna dimenticare cose c’era dietro quell’intuizione: la storia del territorio e le caratteristiche ideali affinché qualcosa del genere potesse essere immaginato e, poi, avere successo.
Dietro quell’idea ci sono le tradizioni, la natura incontaminata e ben manutenuta, un centro storico tramandato e custodito negli anni, la forza ideale dei personaggi illustri originari del luogo, le speranze e l’impegno di persone che, con i fatti, hanno amato e amano quella terra, senza se e senza ma. Si potrebbe dire “quel luogo ha un’anima”.
Altro passaggio fondamentale fu l’assegnazione dell’affascinante denominazione (Ponte alla Luna) che richiama la storica impresa del 1969, nella quale Rocco Petrone, americano di genitori sassesi emigrati, ricoprì il ruolo di direttore di lancio alla Nasa.
Quando la comunità è come l’immagine qui sopra, senza volti, senza personalismi, senza interessi personali che calpestano quelli collettivi, in armonia nonostante i tanti colori diversi, le diverse esperienze, idee e personalità, solo allora si raggiungono risultati importanti e duraturi.
La genesi del ponte tibetano di Sasso di Castalda è una magnifica storia collettiva.
Un’idea nata nella comunità, realizzata dallacomunità per la comunità, grazie alle energie che si sono evolute nel tempo all’interno della comunità.
E la follia?
Quindi, per riprendere Erasmo, l’idea di collegare due montagne a ridosso di un centro storico con un ponte tibetano è nata dalla follia?
In tempi ben più recenti dei suoi, la frase più celebre al riguardo è stata quella di Steve jobs, che lasciò il suo testamento morale con il famoso “Stay Hungry, stay foolish”. Il motto invitava ad essere sempre affamati di conoscenza, di novità e avere quel pizzico di follia visionaria che può rendere potente un’idea, soprattutto quando risulta nuova, unica e potenzialmente grande. Quanto poi risulti vincente o meno una visione del genere, lo può dire solo il tempo. Un processo creativo che, quando è accompagnato anche da conoscenze e tecniche, permette, ad esempio, a un piccolo sito come questo di oscillare in Google tra il 1° e 2° posto tra oltre 100 milioni di risultati totali relativi al “turismo di comunità”, a “come fare turismo” e “costruire una destinazione turistica”. E qui la follia non sembra avere ruoli.
Che sia un territorio o qualsiasi attività, il processo creativo deve essere continuo. Al contrario, se tutto va bene si resta fermi dove si è, oppure si torna indietro.
Follia o capacità di sognare?
Per concludere, visione, conoscenzaed esperienza (si impara molto anche dai fallimenti) quando camminano a braccetto possono dare vita a grandi realizzazioni. Se poi le visioni più lungimiranti siano dovute o a sana follia o alla capacità di sognare ad 0occhi aperti, ognuno avrà la sua opinione, ma questo ha poca importanza.
Le energie e le idee provenienti dalla comunità sono una ricchezza per il territorio
Quello che accade spesso è che alcune idee o vengono analizzate superficialmente, o restano su qualche foglio gettate in un cassetto, per poi essere recuperate in ritardo o con poca convinzione. Ancora piú spesso non vengono neanche considerate…
Ecco la vera, imperdonabile follia: non fermarsi a pensare e non analizzare fino in fondo le idee.
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